Corona virus e panico morale

Pubblichiamo l’articolo del prof. Giuseppe Mosconi apparso su Il Mattino di Padova sabato 14 marzo 2020.

Troppo evidenti sono le differenze tra le recenti paure sollecitate dai recenti “decreti sicurezza” e le paure connesse all’emergenza “Corona Virus”, per non sollecitare più di una riflessione. La paura per l’”invasione” dei migranti e lo sbarco dei “clandestini” è riferita ad un nemico esterno, particolarmente visibile per aspetto e provenienza, a una minaccia al nostro sistema di vita e al nostro benessere che, essendo tutta da dimostrare, resta a livello fantasmatico, quando i fatti dimostrano il contrario, in termini di proficuità del fenomeno per far fronte alla crisi di sistema. Con il C. Virus, anche se il tema continua ad essere sempre quello ormai fisiologico della paura, il nemico è tutto interno, assolutamente invisibile e insospettabile: noi stessi, i nostri famigliari, i nostri bambini, i nostri amici, potenzialmente tutti; sopratutto le nostre abitudini e il nostro modo di vivere. Ciò che era oggetto della minaccia diventa esso stesso tale. Mentre i migranti sono stati rappresentati come minaccia alla nostra civiltà, da cui le istituzioni si mobilitano per proteggerci, qui il nostro benessere e qualità di vita sono direttamente e per davvero attaccati, drasticamente alterati, e sono le istituzioni stesse a provocare tale sconvolgimento, per proteggerci da una minaccia certo seria, ma ancora fuori in amplissima misura da un’alterazione concreta del nostro stato di salute. Per non dire della nostra economia, che, lungi dall’essere minacciata, è duramente attaccata e messa in crisi dalla congerie di limitazioni e dal crollo di interi settori produttivi e di mercato. Il salto di paradigma è talmente drastico e radicale, da sollevare inevitabilmente alcune domande. E’ la gravità della malattia a produrre questo sconvolgimento o sono i provvedimenti a costruire, specie con l’ultimo decreto, la gravità della malattia? Per rispondere dobbiamo prendere atto di alcune ambiguità che permeano il nostro modo di vivere e i nostri atteggiamenti in queste settimane. Da un lato crediamo e speriamo che sia una crisi momentanea, che magari sparirà con il calore della primavera; dall’altro ci stiamo abituando e rassegnando all’idea che la durata è imprevedibile e fuori controllo. Fobie e panico, fino ai minimi gesti e alle ritualità autoprotettive vanno di pari passo con fatalismo e bisogno di sdrammatizzare; basta guardare la miriade di gag che circolano in rete. si tratta in effetti di uno strano panico, che defluisce verso l’abbandono, la resa, la fine del conflitto sociale, salvo quanto viene manifestato, non a caso, dalle aree meno tutelate ( le carceri, una riemergente classe operaia ). Particolarmente significativa l’ambivalenza verso i provvedimenti statali e istituzionali: il sospetto di esagerazione e di strumentalismo, per coprire altri aspetti della crisi politico-economica, la reazione a provvedimenti ritenuti troppo drastici e limitativi, va di pari passo con l’ossessivo rispetto di ogni minima regola, con la capillarità del controllo reciproco, con il senso di partecipazione a una mobilitazione generale.

Qui il panico sembra far riemergere un nuovo rapporto tra diritto e consenso. Se il diritto della postmodernità è distante, astruso, incomprensibile per la cittadinanza, qui riappare una stringente continuità, attraverso l’imposizione di regole draconiane, che tutti sono forzati a seguire, per l’attenuazione del rischio ( non più tanto la sicurezza) comune. Ma si tratta di una tutela regressiva, del minimo necessario, per quanto invasivo ed esigente, a prevenire il pericolo: non più per difendere e promuovere lo sviluppo, per rispettare le logiche del mercato (chi ne parla più?), quanto per salvare il salvabile, in un clima di guerra. Così qui il nostro sistema, quello che ha sedotto e condizionato le nostre vite, rivela improvvisamente fino in fondo, ancor più della crisi climatica, i suoi limiti, la sua precarietà, la sua illusoria ideologia.

Forse la gente che, espulsa dai centri commerciali, le scorse domeniche si è riversata festosamente sugli argini e sui sentieri dei colli, potrebbe simbolicamente rappresentare una futura possibilità.