La diversità fra Zaia e Salvini

UMBERTO CURI – Corriere del Veneto. 

A prima vista, tra Luca Zaia e Matteo Salvini sembra sussistere una radicale differenza. Moderato, razionale, civile, il primo, tanto quanto estremista, passionale, “barbaro” il secondo. Non a caso, un politico navigato come Berlusconi si è più volte dimostrato indisponibile a riconoscere a Salvini la leadership del centrodestra, mentre ha apertamente manifestato il suo apprezzamento per l’ipotesi di Zaia come candidato premier. Le differenze fra i due sono state ulteriormente rafforzate dagli organi di stampa, inclini ad alimentare l’idea che, in realtà, quel dualismo non sia riconducibile ad una questione di “stile”, ma alluda a ben più significative diversità politiche, tali da evocare perfino l’idea di due distinti partiti. Un movimento apertamente xenofobo, sovranista, lepenista, euroscettico, aperto all’influenza di forze neofasciste, come i Fratelli d’Italia e Casa Pound, da cui si distinguerebbe una forza genuinamente democratica, non pregiudizialmente ostile all’unità europea, comunque lontana dagli eccessi quasi quotidianamente praticati dal leader lombardo. Per rendere plasticamente evidente lo scarto, riferendosi ad un episodio recente, si potrebbe dire che mai Zaia avrebbe cercato la provocazione di una manifestazione in una città più volte, e in vari modi, insultata e vilipesa, come Napoli, mentre Salvini ha deliberatamente sfidato la proverbiale tolleranza dei napoletani, andando a parlare a casa loro, dopo averli definiti puzzoni e camorristi. Ma le apparenze non devono ingannare. Soprattutto in politica, è necessario andare al nocciolo delle questioni, senza fermarsi alla superficie. Così facendo, si potrà scoprire un punto decisivo, di gran lunga più caratterizzante, rispetto a dettagli meramente stilistici. Zaia e Salvini concordano, fino a identificarsi, su quella che può sembrare una parola banale, e che invece ad un esame più attento risulta essere determinante. La parola “prima”. Per il governatore del Veneto, quell’avverbio va unito al sostantivi “i Veneti”; per il segretario leghista (come ha più volte ripetuto proprio a Napoli) il legame è con “gli Italiani”. In entrambi i casi, quella apparentemente inoffensiva paroletta marca specificamente una politica, segnala un linguaggio, una mentalità, una cultura. E’ insomma principio di individuazione di una linea politica, ben più importante di accidentali differenze dovute a “gusti” personali. “Prima” – i Veneti o gli Italiani – vuol dire concepire la politica come attività finalizzata a creare differenze, a stabilire gerarchie, a scavare fossati, a erigere muri. Vuol dire pensare che l’agire collettivo in cui consiste la politica debba avere come obbiettivo principale non quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza fra i cittadini (come è testualmente scritto nella Costituzione), ma esattamente al contrario debba puntare a generare disuguaglianze, anche laddove non sussistano in partenza. Quel “prima” – che il civilissimo Zaia ha voluto inserire addirittura nello Statuto della Regione – implica che nell’assegnazione di posti per gli asili, nella destinazione di case popolari, dovunque vi sia la necessità di operare delle scelte, vengano privilegiati i residenti, rispetto a coloro che versano in condizioni economiche disagiate. “Prima” vuol dire attribuire alla politica il compito di trasformare in diritto di precedenza una caratteristica occasionale, quale è quella di essere nati in un posto, piuttosto che in un altro. E vuol dire anche, come logica e inesorabile conseguenza, alimentare l’intolleranza, incentivare la competizione, piuttosto che la collaborazione, sostituire alla solidarietà sociale la corsa all’accaparramento di privilegi, alimentare l’odio, porre le premesse per l’esplodere di conflitti sociali. E allora smettiamola di strapparci ipocritamente le vesti di fronte alla degenerazione di manifestazioni pacifiche, come quella di Napoli. Chi semina vento, raccoglie tempesta.