UN DOCUMENTO DI PADOVA 2020 di Umberto Curi

Qualche giorno prima del collasso della giunta guidata da Massimo Bitonci, sul sito di “Padova 2020”, il Movimento civico nato nell’aprile 2013, presente nel Consiglio comunale con due suoi esponenti, è comparso un documento molto interessante, sul quale sarebbe giusto sviluppare un dibattito aperto e senza pregiudizi. Il succo degli argomenti sviluppati in quel testo è compendiato nel titolo: “Facciamo tutti un passo indietro per far fare un passo avanti a Padova”. Si tratterebbe di superare la logica – già dimostratasi perdente nelle elezioni amministrative del 2014 – delle appartenenze e degli schieramenti, per costituire una larga coalizione civica, inclusiva di componenti e sensibilità diverse, accomunate non solo dall’opposizione al centrodestra a guida leghista, ma anche e soprattutto dalla convergenza su una piattaforma programmatica ricca di proposte e di contenuti. La prospettiva delineata si concretizza in tre punti fondamentali: la rinuncia da parte di ogni forza politica aderente a presentare il proprio simbolo alle prossime elezioni; la costituzione di un tavolo programmatico, destinato a raccogliere idee e proposte; l’individuazione di alcuni valori, ai quali richiamarsi nella formulazione del programma elettorale. Come si può agevolmente comprendere, l’aspetto più significativo, e più marcatamente innovativo, della proposta contenuta nel documento sta nel metodo col quale avvicinarsi alla ormai prossima scadenza elettorale. Un percorso che rovescia la procedura abitualmente seguita in simili occasioni dai partiti tradizionali, attenti a “posizionarsi”, esprimendo una propria lista di candidati, e che invece privilegia la fase di elaborazione del programma, rispetto alla definizione di possibili organigrammi. Si potrà certamente dissentire da questo o quel dettaglio, rispetto a ciò che è affermato nel documento. Ma non si vede come se ne possa contestare l’ispirazione di fondo. Rientra in gioco qui un ragionamento di carattere generale, riguardante Padova ma anche altre città del Veneto, da Abano a Rovigo, da Verona a Treviso, dove il problema principale è quello di costruire una alternativa realmente competitiva, rispetto all’egemonia incontrastata (e apparentemente invincibile) della Lega. Sbagliata e suicida è la scelta finora prevalente, e regolarmente sconfitta sul piano elettorale, vale a dire quella di misurarsi col Carroccio sul terreno non a caso prescelto dai seguaci di Salvini. Ordine pubblico, sicurezza, emigrazione, sono un recinto presidiato saldamente dagli esponenti della Lega, entro il quale, almeno nel breve periodo, ogni confronto è destinato in partenza alla sconfitta. Ma ciò che andrebbe fatto, anziché ostinarsi a sterili contrapposizioni nominalistiche, è cambiare decisamente piano di riferimento, sfidare il centrodestra su un terreno sul quale si avverte la mancanza di proposte realmente significative. In termini concreti: se si isola, ad esempio, il problema dell’accoglienza o del respingimento dei migranti dal contesto più generale del modello di città che si vorrebbe costruire per il futuro, è inevitabile che gli argomenti addotti dalla Lega siano considerati più convincenti di ogni indistinto “buonismo”. Ma ben diverso sarebbe l’esito se il confronto non si limitasse ai problemi particolari, nella configurazione che essi assumono per così dire a valle, ma li cogliesse piuttosto in rapporto ad uno scenario più generale, in relazione ad una idea di città proiettata nel futuro prossimo. Si potrebbe così scoprire che ciò che oggi può apparire difficilmente compatibile, vale a dire la tutela dei legittimi interessi della popolazione residente con l’accoglienza di ragionevoli quote di migranti, non solo è un obbiettivo perseguibile, ma può perfino rivelarsi imprescindibile se ci si riferisce non ad una realtà staticamente intesa, ma alle prospettive concrete di sviluppo della città. Un discorso analogo, sia pure in forma inevitabilmente schematica, può essere fatto anche in tema di sicurezza. Perché non si tratta – come è perfettamente ovvio – di essere a favore o contro la sicurezza dei cittadini, ma di ricondurre anche questo problema ad un quadro in cui esso compaia come aspetto di una accezione di cittadinanza non schiacciata sulla pura e semplice dimensione dell’incolumità fisica. Ma, per tornare alla questione di metodo, un punto su tutti andrebbe ribadito con forza. Padova, come altre città del Veneto, è una città ricca di memorie e tradizioni, talora ancora da scoprire e da valorizzare adeguatamente, ma soprattutto è dotata di un potenziale di innovazione che attende di essere “tradotto” sul piano della politica cittadina. Il prossimo appuntamento elettorale potrebbe costituire un’occasione, forse irripetibile, per congiungere memoria e ricerca del nuovo al servizio di un’ambiziosa idea di città. Non cogliere questa opportunità, solo perché si è incapaci di scrollarsi di dosso logiche e riti ormai obsoleti, sarebbe davvero imperdonabile.