IL VENETO E LA SVIZZERA – Corriere del Veneto 2 ottobre 2016 – Umberto Curi

Originariamente nessuno ha più diritto di un altro ad abitare una località della terra”. Così scriveva Immanuel Kant nel saggio “Per la pace perpetua”, pubblicato alla fine del Settecento. Il filosofo collegava poi questa affermazione a ciò che egli definiva come “ius cosmopoliticum”, secondo il quale si deve riconoscere “il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro”. Senza il rispetto delle due condizioni ora enunciate non è possibile immaginare una situazione di pace durevole. Sarà anzi inevitabile – notava Kant – che si imponga uno stato di guerra di tutti contro tutti. Non hanno certamente meditato sul testo kantiano i promotori del referendum, svoltosi recentemente nel Canton Ticino e approvato con ampia maggioranza, con lo slogan “Prima i nostri”. Per i cittadini del Veneto, la consultazione elvetica sarà apparsa un evento normale, per molti aspetti familiare. Infatti, per impulso della maggioranza di centro-destra che da tempo immemorabile governa questa regione (ma anche senza una vera e propria opposizione da parte del centrosinistra), nello Statuto regionale entrato da poco in vigore è scritto infatti esplicitamente “Prima i Veneti”. A ciò si aggiunga che, a conferma della rapida diffusione dei virus più aggressivi, vi è da aspettarsi che, presto o tardi, la rivendicazione di priorità venga rilanciata anche da altre regioni, e poi all’interno di esse. Con la prospettiva di trasformare il paese intero in una aggregazione di microrealtà, ciascuna sigillata dentro i propri confini e gelosa della propria presunta autosufficienza. Ma proviamo a capire quale grado di ragionevolezza detenga la proclamazione del primato – dei Ticinesi o dei Veneti – prescindendo momentaneamente da valutazioni di carattere morale. Il primo problema riguarda una chiara definizione del criterio di inclusione. Come faccio a stabilire quali sono i “nostri”, per i quali pretendo il “prima”? Quali requisiti si debbono possedere per rientrare fra i “nostri”? Si può ritenere che la nascita sia condizione necessaria e sufficiente? Ma quanti sono nati qui, e poi hanno sempre vissuto altrove o, correlativamente, quanti pur non essendo autoctoni, si sono da tempo pienamente assimilati alla cultura, agli usi e ai costumi del Veneto? E poi: nel momento in cui si voglia introdurre un criterio di priorità sulla base dell’appartenenza, è logicamente consequenziale che questo criterio venga applicato rigorosamente. Il che vuol dire che, in presenza della necessità di scegliere i destinatari di alcuni vantaggi o privilegi, dovrò non solo poter distinguere fra Veneti e non Veneti, ma anche, utilizzando lo stesso criterio, all’interno dei Veneti. E allora? Prima i Padovani o prima i Veronesi? E poi, se prima i Padovani, prima quelli della città o quelli della provincia? E nel caso prevalga la città, prima i residenti in quel quartiere o piuttosto in quell’altro? Non è difficile immaginare dove si vada a finire, se si vuole restare fedeli a un criterio definito in termini territoriali, come quello appunto applicato in Svizzera. E non è neppure difficile immaginare che, presto o tardi, gli abitanti degli altri cantoni elvetici proporranno di escludere i Ticinesi, in nome di “Prima i Bernesi” o “Prima i Ginevrini”. Insomma, aveva ragione il buon Kant. Se si violano quei due elementari princìpi, ci precipita come pecore matte verso la guerra di tutti contro tutti.