UNA CATASTROFE IGNORATA

UMBERTO CURI

Corriere della Sera – 3 settembre 2015

 

La persistenza del conflitto fra il Prefetto e il Sindaco di Padova sul problema dell’immigrazione scaturisce in larga misura dalla mancata presa d’atto, da parte di Massimo Bitonci e in generale della Lega, di un mutamento fondamentale, intervenuto nel corso delle ultime settimane. Per capirlo, può essere utile richiamare, in estrema sintesi, ciò che scriveva Marx ancora un secolo e mezzo fa: “Qui [in campo economico], come nelle scienze naturali, si rivela la validità della legge scoperta da Hegel nella sua “Logica”, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono a un certo punto in differenze qualitative”.  A distanza di circa un secolo, un assunto sostanzialmente analogo era espresso dal matematico francese Renè Thom con la sua “teoria delle catastrofi”: la variazione continua di parametri ad un certo punto produce una “catastrofe”, e cioè un improvviso cambiamento di forma di un processo strutturalmente stabile. Se adeguatamente valorizzati, questi spunti potrebbero aiutarci molto a capire ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi per quanto riguarda il fenomeno dell’immigrazione. Anziché ostinarsi a distinguere fra profughi e migranti “economici”, come se fosse davvero significativa la differenza fra chi emigra perchè rischia la morte per fame o perché travolto dalle guerre, sarebbe assai più importante prendere atto della qualità nuova di un fenomeno che, con caratteristiche diverse rispetto a quelle attualmente assunte, persiste ormai da quasi trent’anni.

Lungo tutto questo periodo, i flussi si sono caratterizzati per la loro regolarità, sia in termini numerici, che per quanto riguarda la distribuzione territoriale delle zone di provenienza. Persistendo sostanzialmente invariato il grande serbatoio dell’Africa subsahariana, nella quale si trovano concentrati alcuni fra i paesi più poveri del mondo (per farsene un’idea: il PIL di molti fra questi paesi è nettamente inferiore al patrimonio personalmente detenuto da Bill Gates), abbiamo assistito a fasi successive di provenienza da aree diverse dell’emisfero settentrionale. Prima dal Maghreb, poi dall’Albania, poi dall’Europa centrale, ora dal vicino Oriente. Sebbene ovviamente non programmati, questi movimenti obbedivano ad una sorta di implicita “razionalità”, come espressione di esigenze di riequilibrio complessivo, secondo il principio dei vasi comunicanti. Il crearsi di alcuni “vuoti” (di risorse, di possibilità di sopravvivenza, ecc.) induceva a spostamenti pressochè automatici, o comunque spontanei, verso le aree europee che avevano la possibilità di assorbire una quota considerevole di ingressi, senza che ciò producesse reali difficoltà di adattamento dei sistemi economico-sociali. Rispetto a questo quadro generale (qui per necessità di cose, semplicemente abbozzato), gli avvenimenti delle ultime settimane si costituiscono come una netta discontinuità – per l’appunto come una “catastrofe”.

La mancata soluzione delle carenze strutturali di tanti paesi africani, abbandonati colpevolmente al loro destino di sottosviluppo, si è andata sommando ad un fenomeno ignorato o frainteso dagli analisti, vale a dire la trasformazione di tutto il Medio Oriente in un teatro di guerra permanente, nel quale è perfino difficile individuare con nettezza i contorni dei soggetti coinvolti e le relazioni di conflitto o di alleanza fra gli attori presenti. Di qui una pressione migratoria formidabile, non più, come in passato, verso mete più o meno “mirate” e selezionate, ma verso l’Europa in quanto tale, senza distinzioni fra paesi ricchi e paesi meno affluenti. Di qui, appunto, la trasformazione della quantità in qualità, il farsi presente di una radicale discontinuità, capace di immettere ad una fase sostanzialmente nuova. Masse sempre più consistenti di individui mettono in discussione ciò che per decenni l’Europa ha considerato fuori questione, vale a dire il diritto del Vecchio Continente a non essere direttamente coinvolto nei processi di trasformazione in corso a sud del Mediterraneo.

Quale inevitabile – ancorchè imprevisto – contraccolpo del processo di globalizzazione, centinaia di migliaia di individui manifestano concretamente l’evanescenza di ogni astratto confine nazionale e si propongono nel loro insieme come forza d’urto capace di spazzare via, anche al prezzo di angosciose carneficine, l’ atteggiamento di opportunistico, ma anche ottuso, agnosticismo che l’Europa si è illusa di poter assumere nei confronti delle dinamiche politiche ed economiche dell’Africa e del Medio Oriente. Piaccia o meno, la catastrofe – il brusco e radicale cambiamento di forma – è già avvenuta. Non è più possibile illudersi di resistere alla forza di questa discontinuità con le barzellette di Salvini e Bitonci, o con i pannicelli caldi del governo Renzi. Ciò che servirebbe (ammesso e non concesso di essere ancora in tempo) è uno sforzo di riorientamento complessivo delle politiche europee alla prova delle novità che stanno ora emergendo. Con la consapevolezza di essere in presenza di una fase di trasformazione giunta oltre il punto di non ritorno.