SGARBI E LA FIERA

UMBERTO CURI – CORRIERE DEL VENETO,  9 FEBBRAIO 2016

In tutta obbiettività, non si può dire che si sia cominciato bene. E quando la partenza è falsa, è facile che anche il resto del percorso si dimostri quanto meno deludente. Nella conferenza stampa dedicata all’illustrazione del programma di iniziative culturali promosse dal Comune di Padova, Vittorio Sgarbi ha indicato i nomi di coloro che dovrebbero partecipare al Festival che prenderà il posto della Fiera delle parole. Fra essi, per testimoniare l’adozione di scelte pluraliste e non condizionate da motivazioni di carattere politico, sono stati citati i nomi di Massimo Cacciari, Vito Mancuso, Corrado Augias, Roberto Vecchioni. Peccato che nessuno di questi personaggi sia stato finora contattato. Ed è ancora più increscioso dover aggiungere che – se e quando un contatto si dovesse stabilire – emergerebbe la loro indisponibilità a partecipare, tenendo altresì conto del fatto che è inoltre presumibile che una situazione analoga riguardi anche altri nomi fra quelli sciorinati da Sgarbi. Millantare la presenza di alcune figure particolarmente note, solo allo scopo di distogliere l’attenzione dall’atto di imperio col quale il sindaco di Padova ha cancellato una manifestazione di grande successo, quale è stata per alcuni anni la Fiera delle parole, non lascia ben sperare per il futuro. Ma il nocciolo di questa controversa vicenda non è questo. Se si esce, almeno per un momento, dal clima di esasperata contrapposizione che ha caratterizzato finora la discussione, attuando una sorta di disarmo bilaterale, si può infatti anzitutto considerare un fatto positivo la disponibilità di Sgarbi a delineare un articolato programma culturale, capace di coinvolgere, con Padova, anche altre città del Veneto. In particolare, le esposizioni di arti figurative che sono state preannunciate, con una accorta distribuzione territoriale, sono da salutare con interesse e condivisione, sia per ciò che esse rappresenteranno sotto il profilo artistico, sia per ciò che riguarda il probabile indotto economico. A ciò si aggiunga che l’indubbia competenza del curatore, unita alla sua grande visibilità mediatica, costituiscono una garanzia di un sicuro successo. Su questo aspetto specifico, vi sarebbe semmai da osservare che, trattandosi nella maggior parte dei casi di opere già presenti (alcune di esse, addirittura nei locali occupati dal Municipio), c’è da chiedersi come mai un progetto simile non fosse venuto in mente agli attuali e ai precedenti amministratori del comune di Padova. Ma le esposizioni restano comunque un indiscutibile dato positivo. Molto meno incontrovertibile è la scelta fatta di combinare il progetto espositivo con la soppressione della Fiera delle parole, e la sua sostituzione con un progetto che appare per il momento abbastanza nebuloso. Se davvero si intendeva togliere il burqa alla città (secondo la suggestiva espressione impiegata da Sgarbi), quale migliore occasione di quella offerta dalla compresenza fra due manifestazioni complementari, una di carattere letterario, l’altra di carattere artistico? Se lo scopo era quello di dare prova di pluralismo, la scelta più efficace sarebbe stata quella di ospitare a Padova un’offerta culturale diversificata, sia nei contenuti, sia nei soggetti coinvolti, dimostrando coi fatti la volontà di dare voce alle più diverse tendenze di carattere politico-culturale, senza privilegiamenti e senza preclusioni. Se vi fosse una volontà politica orientata esplicitamente in questa direzione, vi sarebbe ancora tempo per scongiurare il protrarsi di una guerra di religione dannosa quanto anacronistica. Anche Sgarbi sa bene che la vera cultura non ha colori né tessere di partito. Esige, invece, il rispetto della qualità, della competenza e della serietà. E la collaborazione fra soggetti diversi, proiettati agli stessi obbiettivi, potrebbe produrre un progetto culturale complessivo all’altezza della storia e delle tradizioni della città di Padova.