L’insegnamento di un vescovo

Umberto Curi – Corriere del Veneto – …..

Ripartiamo dai fatti. La scorsa settimana, per iniziativa del sindaco di Padova Massimo Bitonci, una decina di agenti della Polizia municipale, accompagnati da alcuni cani addestrati, si sono presentati alle Cucine Popolari gestite da Suor Lia, presso le quali ogni giorno centinaia di poveri ed emarginati sono accolti con un pasto caldo. L’ordinanza del primo cittadino prevedeva la verifica dei documenti, onde accertare il possesso di requisiti idonei ad accedere al servizio delle Cucine. In realtà, l’ingente spiegamento di forze, proseguito per più giorni, si è tradotto in una sorta di “schedatura” ufficiosa delle persone presenti, con il proposito – neppure tanto dissimulato – di scoraggiare gli utenti della mensa, privandoli anche di questo barlume di accoglienza. In uno dei giorni in cui si è svolto il blitz, alle Cucine è giunto anche don Claudio Cipolla, Vescovo di Padova. Poche parole per spiegare i motivi di questa visita inattesa: “sono venuto a pranzare con amici; qui mi sento in famiglia”. Comunque la si pensi, l’episodio ora descritto ha un indubbio significato emblematico, il cui rilievo va dunque ben oltre la vicenda strettamente padovana. Da un lato, come ammirevole coerenza, il Sindaco ha ribadito quale sia la linea alla quale si sta costantemente attenendo: rendere la vita difficile a tutti coloro che, per ragioni diverse, si trovino in una condizione di emarginazione: accattoni, migranti, profughi, nomadi. Dopo le ordinanze con le quali, nel recente passato, aveva colpito le fasce più deboli ed esposte, cancellando i mediatori culturali, chiudendo gli uffici preposti all’aiuto degli immigrati, sanzionando i kebab, scoraggiando la concessione di locali in affitto per i richiedenti asilo, quest’ultima iniziativa colma in qualche modo la misura, togliendo letteralmente il pane dalla bocca di centinaia di disperati, senza che nulla possa giustificare un atto così letteralmente spietato. Dall’altra parte, un pastore, animato semplicemente dalla volontà di rendere concreta testimonianza al messaggio evangelico, e dunque sollecito della sorte dei deboli e degli umili, ai quali dichiara di sentirsi unito da un vincolo di “amicizia”. Due modi opposti di concepire – e di praticare – il legame sociale: assecondando la ripugnante tendenza ad essere prepotente con i deboli, o mostrandosi solidali con coloro che maggiormente ne hanno bisogno. Ma la vicenda delle Cucine Popolari, proprio per la nettezza didascalica con la quale si sono comportati i protagonisti, consente di fare un passo avanti, rispetto alle formule abitualmente impiegate in dibattiti di questa natura. Consente, una volta per tutte, di chiarire che il termine “buonismo”, abitualmente utilizzato in senso dispregiativo, per censurare e ridicolizzare coloro che avvertono l’imperativo della solidarietà, è una virtù, e non un vizio. Che essere “buoni” non è qualcosa di cui ci si debba vergognare, ma è un modo per stare dentro la società come esseri umani, e non come belve feroci. Che a vergognarsi dovrebbero essere coloro che ritengono giusta una politica di respingimenti e di emarginazioni, nella quale tante persone innocenti, tante donne e tanti bambini, sono quotidianamente coinvolti, a Padova come in tante altre zone della nostra regione. Che non solo la carità cristiana, tante volte ipocritamente evocata da coloro che erigono muri di ogni genere, ma un’elementare sensibilità umana, impongono di non voltarsi dall’altra parte di fronte alle miserie e alle disgrazie altrui. Dovremmo essere tutti grati a suor Lia e a don Cipolla. Senza enfasi e senza polemiche, senza alzare la voce e senza zittire nessuno, ci hanno insegnato che non la cattiveria, ma la bontà, è un valore che deve essere difeso e praticato.