IL CIELO SOPRA PADOVA

Rispetto ad altre storie di profughi in Italia dopo viaggi drammatici e violenze, quella di Mary è completamente diversa. Tuttavia vale la pena di essere raccontata perché presenta analogie con storie di ragazze italiane emigrate in altre epoche dal Sud al Nord della penisola. La differenza sostanziale è una: la nazionalità. In Ghana la famiglia di Mary è numerosa: oltre ai genitori, ben otto figli tra maschi e femmine. Il capofamiglia, nella popolosa città di Kumasi, decide di sfoltire il gruppo spedendo la figlia diciassettenne da uno zio che vive a Roma. In questa prima parte del racconto Mary, ora poco più che trentenne, alterna momenti di titubanza (occhi abbassati, mani che si intrecciano nervose) ad altri di bella sicurezza, quasi orgogliosa per aver saputo affrontare una vita praticamente obbligata, così come era obbligato – per lei e le sorelle – il quotidiano percorso di chilometri per approvvigionarsi d’acqua. Dallo zio era rigidamente controllata, ma almeno il lavoro di badante le dava fiducia in se stessa, per di più in quella che per lei era la città ideale perché sede del Papa. Qui l’espressione s’intristisce e cala il silenzio prima di raccontare la fuga da Roma per raggiungere Brescia, dove si dice sia più facile trovar lavoro. Per un breve periodo vive di espedienti e si adatta a dormire in vagoni ferroviari dismessi, grazie alla solidarietà fra africani, compagni di sventura. Finalmente riesce a lavorare in una fabbrica di rubinetteria, dove viene regolarmente assunta a tempo indeterminato. Aggiungendo una buona dose di ore straordinarie al regolare stipendio la situazione migliora. Anche se i rapporti umani in fabbrica sono piuttosto rarefatti, comunque le giornate scorrono senza particolari problemi. Nel 2002 la situazione precipita. L’azienda è venduta e la produzione si sposta altrove da un giorno all’altro. Per Mary la scelta è difficile ma (ancora una volta!) obbligata perché senza lavoro lei, extracomunitaria, dovrebbe trovarsene un altro entro sei mesi per non perdere il permesso di soggiorno e diventare clandestina. Rientra in Ghana, ma non sopporta la vergogna del ritorno da un paese europeo (per di più, il paese del Papa) e lei, cattolicissima, non riesce a darsene pace. Nel 2011 rientra in Italia, a Padova. Questa parte finale del racconto è accompagnata dal nervoso agitarsi delle lunghe dita affusolate, dal rotear d’occhi sbarrati e rivolti al soffitto, dal continuo spiegazzamento di maglietta e pantaloni di modesta fattura, come a mostrare la prova concreta dell’infrangersi di una speranza di vita contro il muro dell’ottusità di norme persecutrici di migranti nella patria del diritto. Poi, in silenzio, un accenno di lacrime trattenute a stento dall’orgoglio di donna che crede ancora, fortemente, nella possibilità di farcela. L’avvocato cui si è affidata le sta dando qualche speranza, nonostante la lentezza burocratica, circa la sospensione di validità del suo precedente permesso di soggiorno Proprio no, Mary quasi lo grida in buon italiano: lei non vuol tornare in un paese dove la vergogna la marchierebbe agli occhi di chi l’ha vista partire per forza ma fiduciosa; dove i numerosi cristiani l’ammiravano perché (beata lei !) era diretta verso il Paese del Papa.

Renato Rizzo

Manifesto per Padova senza razzismo e discriminazione religiosa