Oltre ottocento milioni di persone nel mondo non accedono al minimo di calorie necessarie per sopravvivere. Una persona su 9 va a dormire con lo stomaco vuoto. Quasi due miliardi di individui devono accontentarsi di una dieta carente di vitamine, proteine e sali minerali. Contemporaneamente, nel corso dell’ultimo decennio, è aumentato il numero di individui affetti da patologie connesse con l’obesità, giungendo a superare i 500 milioni. La distribuzione geografica evidenzia che molto spesso denutrizione e sovralimentazione sono simultaneamente presenti negli stessi paesi, il che significa che in quelle zone un’alta percentuale di malattie e di decessi dipende non dalla carenza di risorse, ma dalla loro squilibrata suddivisione. Quelli appena citati, sono i dati più significativi emersi dalla seconda conferenza internazionale sulla nutrizione promossa dalla FAO (organizzazione intergovernativa alla quale aderiscono oltre 194 paesi), svoltasi a Roma pochi giorni fa, durante la quale Papa Bergoglio ha indirizzato un vibrante appello ai governi del pianeta. I numeri forniti in occasione dell’assise romana, già di per sé drammatici, vanno poi integrati con altri dati analiticamente riportati in una pubblicazione curata dalla FAO. In essa si può leggere che tuttora trequarti della popolazione mondiale può contare su un quarto di tutte le risorse disponibili, mentre poco più di un miliardo di persone dispongono di tre quarti delle risorse. Ciascuno dei primi cinque contribuenti degli Stati Uniti (fra i quali lo stesso Bill Gates) dichiarano un reddito annuo superiore al Pil di cinque paesi africani messi insieme. Un bambino americano consuma quanto 341 bambini etiopi.

Una donna su sei nell’Africa sub-sahariana muore durante la gravidanza o il parto, mentre per una donna che viva in regioni sviluppate le probabilità scendono a una su 2800. Ogni giorno, sono 17 mila i bambini che muoiono per cause connesse ad un’alimentazione insufficiente o malsana. L’obbiettivo fissato nel vertice mondiale sull’alimentazione, svoltosi nel 1996 – dimezzare il numero delle persone affamate nel mondo entro il 2015 – può dirsi fin d’ora clamorosamente fallito, al punto da dover spostare al 2115, e dunque di un secolo, non l’eliminazione, ma semplicemente il dimezzamento, della quota di popolazioni afflitte dalla fame. Tutto ciò tenendo presente che, come lo stesso Pontefice ha ricordato, il mondo produce globalmente molto più di quanto abbia bisogno, producendo un sempre crescente inquinamento della terra, dell’aria e dell’acqua, senza tuttavia riuscire a ridurre in maniera significativa la diffusione della fame in tutti i continenti. Da un lato, insomma, avanza il degrado ambientale, connesso ad un eccessivo e irrazionale sfruttamento delle risorse naturali, mentre dall’altra parte non si riduce, e tende anzi ad aumentare, la forbice fra povertà e ricchezza, fra mancanza e sovrabbondanza di risorse. Quando non fuggono da situazione ancora più tragiche, quali sono quelle collegate a guerre sanguinose e spietate, i migranti che giungono nella nostra regione provengono in larga parte dalle realtà descritte dalla conferenza della FAO. Cercano di evadere da condizioni di sottosviluppo e di miseria che il cittadino veneto, al quale è toccato in sorte il privilegio di vivere in una delle zone più prospere e fortunate del pianeta, non riesce neppure ad immaginare.

Chiedono spesso di poter accedere anche solo alle briciole dei ricchi banchetti, reali e metaforici, dei cittadini autoctoni, magari evitando sprechi che gridano vendetta. Si conoscono già, perché più volte ripetuti, gli argomenti addotti per motivare ciò che in realtà non è in alcun modo moralmente e umanamente giustificabile, e cioè il rifiuto dell’ospitalità a nostri simili che richiedono solidarietà. Si dice: aiutiamoli nei loro paesi, impieghiamo le risorse affinchè risolvano i loro problemi senza dover abbandonare la terra di origine. Ebbene, un altro dato emergente dalla riunione della FAO dimostra quanto ipocrita sia questa motivazione. L’Italia si era impegnata ad azzerare il debito dei paesi africani, e non lo ha fatto. Aveva promesso di stanziare lo 0,33 del Pil per gli aiuti allo sviluppo, e non lo ha fatto. L’Italia è ancora all’ottavo posto fra i paesi industrializzati, ma è ventiquattresima per il sostegno al continente africano. Eppure, dovremmo ricordarcelo sempre: non possiamo pretendere che il mondo sia più sicuro, se non operiamo concretamente in modo che esso sia più giusto.

Di Umberto Curi